Mourinho e l’arte di vivere di rendita

Ci sono manager che si alzano alle 5 di mattina, bevono il loro caffè, si fanno barba e doccia, si infilano il vestito e iniziano la loro giornata, consapevoli di dover portare a casa la pagnotta. E questo, lo sanno bene, è possibile solo sudando le proverbiali sette camicie. Lo fanno per tutta la vita perché sono consapevoli del fatto che chi si ferma è perduto. Questo avviene in ogni ambito lavorativo, a parte uno, quello del calcio: il caso Mourinho ed il suo licenziamento dal Chelsea ne è una testimonianza.

Sette mesi di assenza di risultati, nove sconfitte rimediate, solo quattro vittorie e tre pareggi in sedici gare di campionato. Il trionfo della scorsa stagione è un vago ricordo a Londra, dove Abramovich pretende di essere vincente sempre, anche nelle amichevoli. Ma un po’ ovunque è così. In generale quando ci sono tanti soldi in ballo, non è permesso fallire, nemmeno se il tuo soprannome è Special One, nemmeno se sei l’allenatore manager più vincente della storia del tuo club, nemmeno se sei Josè Mourinho.

Eppure rifletto sulle differenze fra l’aureo mondo del calcio e tutti gli altri universi paralleli legati all’imprenditoria. Pensare che oggi José Mourinho sia un uomo disperato è ridicolo e sono quasi certo che già durante la sua seduta di massaggi quotidiana per rilassarsi dopo la stressante giornata di ieri, il suo smartphone abbia già squillato diverse volte…

Il fatto che il comunicato del Chelsea reciti che la separazione con Mourinho è consensuale fa pensare a come questo manager del calcio sia abile a cadere sempre in piedi. I suoi risultati (poco convincenti) a Madrid con una squadra stellare e le vittorie ottenute nella sola isola di Sua Maestà, non possono essere sufficienti a giustificare compensi stellari ed il suo soprannome così ingombrante. Mi piacerebbe vedere Mourinho sulla panchina del Carpi o del Sassuolo…

Sono i manager che fanno le aziende o le aziende che fanno i manager? Il rapporto a mio giudizio sindacalissimo dovrebbe equo. I manager dovrebbero essere capaci di far crescere le società per cui lavorano e le società dovrebbero essere in grado di glorificare gli artefici dei successi.

Non voglio con questo insinuare che Mourinho sia un pessimo manager, il suo palmares è comunque migliore rispetto alla stragrande maggioranza di allenatori di fascia alta, ma dico solo che ci sono ambiti dove raggiungere le vette equivale a mantenersi attiva una rendita per tutta la vita.

Per nostra sfortuna, non in tutti i campi professionali ciò è da considerarsi valido. Ma in fin dei conti, personalmente continuo a pensare che lavorare per raggiungere grandi risultati e confermarli di giorno in giorno, rappresenti uno sprone a migliorarci sempre. Dopo tutto, la carriera dura una vita, non è un frammento di gloria. 

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