Manager
&Gentleman:
è difficile?

Il mondo del lavoro nel quale viviamo, alle volte risulta essere davvero spietato. Fin da giovani ci è stato spiegato quanto sia importante il termine competizione. Perché lo sia è arcinoto a tutti: stimola, rende vivi ed evita di addormentarsi sugli allori. Sul lavoro è determinante avere a che fare con gente sveglia, attiva ed intellettualmente arzilla, chi non lo è, dal mio punto di vista è fuori dai giochi. La competizione, anche questo ci è stato insegnato, deve essere leale e sincera, ma soprattutto deve tener conto che, al di là delle simpatie o meno del nostro “rivale”, dall’altra parte abbiamo a che fare con un essere umano come noi, che per definizione, merita in primo luogo rispetto. E già, rispetto: una parola che molto spesso si calpesta sotto la suola delle scarpe prprio nel nome della competizione. E quello che è più grave è che di questo non molti se ne rendono conto. Ma cosa sta succedendo?

A mio giudizio, il problema è alla base. Ci hanno detto di essere grintosi, non cattivi, di non regalare nulla all’avversario, non di sottrargli ciò che è suo, di non farsi abbindolare, non di utilizzare sotterfugi per mettere in difficoltà chi sta comunque lavorando per cercare di portare a casa quanto necessario per mantenere sé stessi e la propria famiglia. Vogliamo parlare allora di desiderio di primeggiare e di mancanza di educazione? Continuo a pensare (e a sperare) che certi valori, in questa nostra società, non possano essere messi da parte. In questa rivista cerchiamo ogni mese, così come sul nostro sito web, di interpretare e mettere insieme due figure che, a nostro giudizio, dovrebbero andare di pari passo, ovvero quella del manager e quella del gentleman, dell’uomo di spessore. E non mi riferisco certo al conto in banca, utilizzando questo termine, ma al suo modo di essere “Signore”. Si nasce o si diventa? Ripensando alla celebre frase del grande Totò, a tal proposito, il dubbio mi viene ancora. Pur tuttavia, il mio pensiero è che l’essere Signore sia insito nell’animo.

È una qualità preziosa molto spesso figlia di una buona educazione. Un vero signore sa ammettere la sconfitta stringendo la mano al proprio avversario, sa porsi con gentilezza anche quando dall’altra parte incontra scortesia, considera con rispetto chiunque gli si ponga davanti. Non tutti possono avere queste qualità, ma se alla base del proprio essere vi fosse un’educazione corretta, beh, già sarebbe abbastanza. Troppo spesso ci dimentichiamo di ringraziare, di rispondere ad una domanda, di considerare proposte. E non ci si deve nascondere dietro un “non interessa” o un “non ho tempo per rispondere”: torniamo al discorso di prima, dall’altra parte abbiamo un interlocutore che lavora, né più né meno di noi. Chi lavora, ed il lavoro stesso, merita rispetto. Se ci contattano per qualcosa, per diamine, rispondiamo! Se ci accorgiamo di avere di fronte qualcuno da cui imparare qualcosa, cediamogli il passo. Nel film Troy, Ulisse chiede ad Agamennone di adottare una strategia più saggia durante la battaglia di Troia e gli ricorda che, a volte, “bisogna seguire per poter guidare”. Pertanto ammettere la sconfitta da Signori, potrebbe rivelarsi utile per i nostri fini e farci crescere sia professionalmente che dal punto di vista umano.

Non è così difficile, basta rendersi conto che la tanto richiesta meritocrazia, che nel nostro Paese sembra non essere molto applicata, deve partire proprio da noi stessi e dal nostro modo di fare.

 

 

Tratto da Uomo&Manager di Ottobre 2016

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