Collaborazione: il sogno dei lavoratori e dei manager europei

Cosa sognano i lavoratori europei? Un ambiente di lavoro più collaborativo possibile. Questo per lo meno è il risultato del Kelly Global Workforce Index (KGWI), il sondaggio globale annuale che raccoglie feedback da 164.000 lavoratori in 28 paesi, sembra che collaborazione stia diventando proprio quel fattore.

Per i lavoratori europei, sono 3 le caratteristiche che concorrono a definire “ideale” un ambiente di lavoro: per il 60% degli intervistati è di fondamentale importanza un clima altamente collaborativo, per il 44% una cultura dell’innovazione e della creatività e, per il 43%, un’organizzazione del lavoro flessibile.

Da questo dato, si evince quanto sia importante per un’azienda promuovere e mantenere la collaborazione al suo interno: per avere successo, infatti, le imprese devono assumere persone che siano sia collaborative sia empatiche e saper creare un ambiente che possa nutrire e incoraggiare queste inclinazioni. Per quanto riguarda l’Italia, la “fame” di ambienti di lavoro collaborativi è più forte rispetto al resto d’Europa: ben l’80% degli intervistati del Bel Paese dichiara di cercare team multifunzionali, al secondo posto, con il 54%, c’è invece la possibilità di entrare in contatto con le più recenti tecnologie e al terzo posto la cultura dell’innovazione e della creatività.

Ma queste aspettative sono soddisfatte? Le aziende sono in grado di creare e mantenere ambienti di lavoro collaborativi, così come richiesto dai lavoratori? In Europa le aziende potrebbero migliorare nel promuovere un ambiente di lavoro collaborativo. Meno della metà (47%) dei lavoratori europei afferma, infatti, che il datore di lavoro attuale o più recente (fisico e virtuale) promuove la collaborazione e l’inclusione sul posto di lavoro. La Norvegia (52%) e la Russia (57%) guidano il campione in questa direzione, mentre il Regno Unito e la Danimarca rimangono indietro al 35%. Il dato si ferma al 40% per quanto riguarda l’Italia. Nello stesso tempo, solo il 40% degli europei intervistati crede che la propria struttura organizzativa promuova la collaborazione e l’inclusione. Con il 57% e il 24%, Russia e Danimarca si posizionano alle estremità opposte, mentre l’Italia è in linea con la media Europea (39%). Da questi dati, si evince come la cultura della collaborazione sul lavoro sia ben lontana dall’essere diffusa. Per quanto riguarda i manager, a livello Emea, solo il 43% degli intervistati ritiene che siano in grado di promuovere e incoraggiare una cultura aziendale che valorizzi il “coinvolgimento”. Il dato italiano rileva una maggiore insoddisfazione: infatti, solo il 27% dei lavoratori dichiara di essere soddisfatto del proprio management.

Grazie alla collaborazione possono emergere idee innovative e vengono sfruttate le diverse capacità dei dipendenti, il che può migliorare notevolmente il modo in cui l’azienda fa business”, dichiara Stefano Giorgetti, AD e Vice President di KellyServices Italia. “Le più recenti ricerche affermano che un clima positivo in azienda può migliorare la riga di bilancio di circa il 30%, riducendo al contempo il tasso di assenza e di turnover”. Inoltre, un recente studio di A.T. Kearney sull’innovazione collaborativa ha dimostrato come il 71% delle aziende si aspettino che oltre un quarto dei loro profitti siano generati grazie alla collaborazione innovativa entro il 2030. Le aziende, anche se sempre più sensibili al tema della collaborazione, spesso non la premiano come dovrebbero: infatti, più o meno il 20% delle ‘stelle’ aziendali negli Stati Uniti non aiutano affatto i colleghi. Queste figure sono premiate per il raggiungimento dei loro obiettivi individuali, anche se non aiutano i loro colleghi. Allo stesso tempo, i collaboratori top potrebbero aiutare l’azienda a raggiungere gli obiettivi, ma le loro performance nel lavoro sono basse proprio perché sopraffatti da troppi impegni. “Le imprese devono imparare prima di tutto a identificare e premiare coloro che sono sia “stelle” che collaboratori, altrimenti una risorsa può non sentirsi sufficientemente motivata a collabora e a condividere con i colleghi informazioni e capacità”.

Ma non si tratta solo di desideri. La collaborazione in azienda, oltre ad essere “sognata” e cercata direttamente dai lavoratori, diventerà presto una necessità. Infatti, mentre le imprese crescono e si adattano alle condizioni dei mercati attuali, stanno inevitabilmente emergendo nuovi tipi di organizzazione del lavoro: avere a che fare con team lontani, sparsi geograficamente, collaboratori esterni e altre forme di contratto flessibili, con persone spesso non presenti fisicamente in azienda, non è più un’eccezione e, sempre più spesso, sarà la regola. Una cultura della collaborazione, che prevede il lavoro in team e la condivisione di strumenti, informazioni e risultati, sta diventando di fondamentale importanza, se non realmente cruciale per il lavoro del futuro.

Ci sono differenze generazionali nel modo in cui viene accolta la cultura del lavoro collaborativo? In tutto il mondo, le dinamiche generazionali stanno rimodellando gli ambienti di lavoro, e l’Europa non fa eccezione. Negli Stati Uniti il 34% della forza lavoro è un Millennials: è naturale che questo dato stia portando le aziende ad un cambio di rotta, da un modello di struttura organizzativa piatta a un modello flessibile, collaborativo, e con spazi di lavoro iper connessi. I talenti Millennials spiccano, infatti, per il desiderio di poter lavorare in un ambiente che abbia nelle sue caratteristiche la collaborazione.

In Europa cosa sta succedendo? Interrogati su quanto i loro datori di lavoro, attuali o recenti, incoraggino la collaborazione, la creatività e l’innovazione sul luogo di lavoro, i Millennials europei assegnano punteggi più alti o al pari di quelli forniti dai Baby Boomers o della Generazione X. Questo dato suggerisce che i datori di lavoro soddisfano ampiamente le priorità dei Millennials: la propensione a rendere il luogo di lavoro il più accogliente possibile è una sfida per i business che fanno affidamento sull’agilità, sul dinamismo e sull’innovazione per crescere ed espandersi. Per attrarre e trattenere i Millennials, l’ambiente di lavoro deve essere per loro il più ospitale possibile.

I Baby Boomers si considerano “adattabili” e pronti ad affrontare nuovi processi e strumenti, mentre i Millennials e la Generazione X li considerano inadeguati – anche contrari – ad accogliere i cambiamenti. “La diversità generazionale non deve essere vista come un limite, ma come un’opportunità per generare valore. Nelle aziende, una buona politica di age management è quella di sviluppare tra giovani e vecchie generazioni momenti di incontro extra lavorativi per fare ‘squadra’, in cui ci si possa parlare, comprendere, scambiare opinioni e, soprattutto, accettare quelle degli altri, fuori da qualunque schema, pregiudizio o ruolo gerarchico”.

 

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