Le fiere sono ancora indispensabili?

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Recentemente mi è capitato di prender parte ad alcune fiere: Parigi, Roma, Bologna, Milano. E prima ancora, Francoforte, Ginevra e via dicendo. Esperienze interessanti, formative sicuramente. Le fiere sono appuntamenti rituali che scandiscono l’anno dei professionisti di ogni genere, attraverso i quali si creano relazioni e rapporti. Una stretta di mano sancisce spesso l’inizio di una collaborazione, l’avvio di una trattativa o la conclusione della stessa. Ai pezzi di carta ci si pensa in un secondo tempo, quando si torna in ufficio.

Con questi presupposti si sale sui treni o sugli aerei e si raggiungono le città in cui si svolgono le fiere: con la speranza nel cuore e la certezza della propria professionalità. Perché, è inutile nascondersi dietro un dito, la crescita professionale e personale fa parte dei nostri obiettivi di vita, ma senza risultato economico non si va avanti. Alle fiere si incontrano persone con il sorriso dipinto sul volto, disponibili a sedersi con te ad un tavolino per discutere di affari, ma senza mai sbilanciarsi. Oppure aziende che propongono i propri prodotti a prezzi scontati “da fiera” per l’appunto. Ad ogni manifestazione fieristica alla quale ho partecipato mi sono sempre divertito da morire, perché in fin dei conti fare public relation mi piace molto, ma spesso ne ho poi pagato le conseguenze. In che modo? Faccio un esempio pratico: visitare la fiera di Francoforte richiede almeno tre giorni di assenza dall’ufficio, il Salone dell’Auto di Parigi ne richiede due, come pure Ginevra. A Bologna un giorno basta, ma devi trottare e Milano… non ne parliamo. Considerando che ogni mese, di media, c’è una fiera, è matematica l’assenza dal posto di lavoro per almeno uno o due giorni. E non si deve mai pensare che tale assenza non sia “lavorativamente giustificata”, perché anche partire e prender parte ad una fiera, per noi manager, imprenditori o professionisti, fa parte dei compiti.

Tuttavia ultimamente, comincio a dubitare sull’efficacia delle fiere e sull’effettiva utilità delle stesse in rapporto al tempo che richiedono. Mi spiego. Sono stato ad inizio ottobre al Mondial de l’Automobile di Parigi ed ho incontrato moltissime persone: pr, marketing, uffici stampa, qualche presidente di Case automobilistiche e alcuni tecnici. Ho scambiato con tutti quattro chiacchiere di fronte ad un bicchiere di vino o ad un caffè: tempo massimo 7/8 minuti, di cui i primi 2/3 utilizzati in convenevoli di rito. E le automobili? Di quelle esposte, circa il 99% era noto per via delle anticipazioni fornite nei giorni precedenti il Salone. Per carità, non voglio dire che non sia stato piacevole vedere da vicino le novità dell’automotive, ma considerando che già sapevo tutto e anche di più sulle caratteristiche di ogni modello… E lo stesso vale per la moda, la tecnologia e quant’altro.

Mi chiedo, non sarebbe opportuno investire i denari destinati alle fiere ad investimenti differenti che possano rimettere in movimento l’economia nazionale ed internazionale? Vi assicuro che allestire uno stand ha costi esorbitanti, senza considerare tutto l’indotto (viaggi, soggiorni per i dipendenti che lo presidieranno, ecc.). L’avvento e la diffusione di internet con i suoi canali comunicativi può a mio giudizio sostituire le fiere attraverso eventi e manifestazioni virtuali di ogni singolo settore, proponendo via Skype colloqui con i responsabili e mettendo a disposizione dei partecipanti kit informativi, contratti e quant’altro. E il contatto diretto? Qualcuno obietterà sicuramente con questa domanda. La mia risposta è che nessuno vieta di incontrare il proprio interlocutore di persona e certamente non per 7/8 minuti al massimo in un appuntamento personale… I social network, inoltre, sono forse in questo momento la via principale per accedere a qualunque informazione e a qualunque persona. E allora, nel 2014, quanto sono effettivamente utili le fiere? Per i romantici/nostalgici molto, per chi come noi è proiettato al futuro e ha come obiettivo l’ottimizzazione dei tempi, beh, forse la via della “virtualizzazione” può rappresentare un’opportunità più che positiva.

 

Da Uomo&Manager di Novembre 2014

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