Homo Agens: la persona al centro del lavoro

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Solo l’investimento sulle persone sostiene processi di trasformazione e di cambiamento e consente la piena realizzazione della persone, stimola la capacità di iniziativa, esalta la creatività e consente il superamento dell’archetipo dell’homo oeconomicus il quale decide esclusivamente in funzione della massimizzazione della sua utilità monetaria e della sua affermazione materiale.

Credere nell’homo agens, invece, significa investire nella capacità d’agire delle persone essendo questa la dimensione che consente la piena realizzazione dell’individuo, scommettere sullo sviluppo dei propri talenti, concepire ogni utile sforzo per il raggiungimento del proprio potenziale, creando le condizioni per attivarsi al lavoro, perché “le piccole opportunità sono spesso l’inizio di grandi imprese” (Demostene). Come spiegano efficacemente Romano Benini e Maurizio Sorcioni ne “Il fattore umano”, edito di recente per la Donzelli editore, è il lavoro che fa l’economia e non il contrario poiché “Il lavoro è la funzione generativa dell’economia: è la capacità dell’individuo che sta alla base di ogni creazione e innovazione. È questa, come spiegavano gli umanisti, la spinta di fondo che muove ogni essere umano all’azione e che appartiene alla nostra natura”.

I PROBLEMI NON MANCANO

Le politiche attive di lavoro, quelle fiscali e previdenziali possono diventare una leva potente nel determinare condizioni non solo di allargamento dei diritti e di cittadinanza e di incremento del tasso di occupazione ma per cambiare i destini dell’economia e della società italiana. La crescita di un Paese dipende dalla partecipazione attiva al lavoro, dalla riduzione del gap tra i generi nell’accesso al mercato del lavoro, dalla creazione di nuove opportunità occupazionali. Alto livello di povertà, diseguaglianze sociali e territoriali, esclusione sociale, basso tasso di attività della popolazione in età da lavoro, scarsa partecipazione della popolazione a programmi di lifelong learning, sono tutti fenomeni di carattere strutturale su cui influiscono in maniera determinante le politiche attive del lavoro, vale a dire la loro parziale o mancata attivazione. La progressiva scarsa utilizzazione e l’insoddisfacente valorizzazione delle persone in età lavorativa, l’insufficiente investimento sui servizi ai disoccupati e agli inoccupati costituisce un fattore problematico e di forte criticità strutturale per le capacità di sviluppo di un Paese, una grave perdita per la competitività e la coesione sociale ed economica. Il principale indicatore di detta condizione è dato dalla difficoltà all’accesso al mondo del lavoro, ossia a quella dimensione personale e condizione reale che permette ad una persona di essere autonoma attraverso il lavoro. Purtroppo non è stato mai messo al centro delle politiche di crescita lo sviluppo umano, determinando gravi conseguenze sull’occupazione.

BISOGNA INTERROGARSI

Riforme parziali, vincoli finanziari e retaggi ideologici hanno fortemente condizionato le strategie d’intervento e lo sviluppo di moderne politiche del lavoro, quelle cioè in grado di affrontare le sfide del nuovo mercato del lavoro e che interessano soprattutto i giovani NEET, i disoccupati di lunga durata e gli scoraggiati, in gran parte donne, soprattutto scolarizzate e residenti nel Sud Italia. I Paesi europei che hanno investito di più nelle politiche attive, di formazione e di aggiornamento professionale hanno meglio reagito alla crisi e hanno contrastato con incisività le diseguaglianze. Occorre, pertanto adottare misure urgenti per contrastare la disoccupazione, attraverso programmi di politica attiva, qualificazione dei servizi per l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro e per la formazione professionale. L’Italia è il Paese che nel lungo ciclo di recessione economica e di crisi ha ridotto quasi tutte le spese sociali. Per un Paese che ha uno dei tassi di occupazione più bassi d’Europa e il record europeo dei giovani che non studiano e non lavorano questo significa rinunciare a contrastare le diseguaglianze. La tutela dei disoccupati, degli inoccupati, di chi è in cerca di prima occupazione e, soprattutto dei lavoratori atipici, che rappresentano un universo multidimensionale di lavoro parasubordinato spesso sconosciuto, dimenticato, ignorato, metafora regressiva della nostra società, rappresenta una parte vitale di quel capitale nazionale che andrebbe sostenuto e valorizzato più che mai.
La classe dirigente di questo Paese e i soggetti attivi del mondo accademico, delle professioni, dell’impresa, delle organizzazioni sindacali che hanno a cuore la prospettiva di cambiamento e di innovazione, che conoscono il valore del lavoro e le ragioni dell’etica dell’impresa e della produzione, che credono nel progresso civile e morale della Nazione e nell’importanza del contributo dei lavoratori, non possono non interrogarsi sui destini di un Paese che da decenni ormai ha rinunciato ad un futuro di benessere e prosperità.

 

A cura di Domenico A. Modaffari

 

Tratto da Uomo&Manager di Maggio 2017

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