I tuttofare? Meglio professionisti specializzati!

Tuttofare? Meglio i professionisti

Lauree brevi o quinquennali, diplomi, esperienza sul campo e praticantato. Ci sono molti modi per accedere al mondo del lavoro. Se ci guardiamo intorno ci accorgiamo che, in questi tempi difficili, pur di “portare a casa la pagnotta” ci si improvvisa professionisti in grado di fare tutto.

Informatici che fanno i content manager, commerciali negli uffici comunicazione, amministratori al desk… Chi più ne ha, più ne metta. Ho sempre pensato che tutto funziona meglio quando ogni cosa è messa al proprio posto: i puzzle hanno un senso se tutti i componenti sono aggregati nel modo corretto.

Ritengo che, sebbene ci siano delle caselle strapiene di un determinato numero di professionisti, ciò non possa essere sufficiente a giustificare quanto accade in alcune aziende. Troppa sufficienza nel mettere un manager o un impiegato al posto di un altro, solo perché… c’è un vuoto d’organico. Nessuno è in grado di far tutto e la cosa grave è che questa è invece una pretesa al giorno d’oggi.

Esigenze di bilancio? Forse, ma anche troppa superficialità nel valutare uomini e competenze. Gli uffici del personale dovrebbero tornare a guardare con maggiore attenzione i curriculum che non possono essere sottovalutati. Se le esperienze di un lavoratore sono state fino a quel momento legate al mondo delle vendite, come può essere lo stesso assegnato all’ufficio reclami o all’amministrazione? Le segreterie delle sono piene di laureati in lettere e filosofia… A cosa servono anni di studio se poi gli stessi non vengono valorizzati dall’attribuzione di posizioni inerenti le stesse?

In questo tipo di riflessione, tuttavia, non voglio attribuire la colpa unicamente a chi “seleziona” o “assume”, ma a mio giudizio questa situazione si determina anche a causa di “fame da lavoro”, da parte degli “ingaggiati”. Pur di entrare in questo complessissimo universo lavorativo, infatti, molto spesso si accettano ruoli che non sono confacenti con le effettive qualifiche o qualità e questo determina inevitabilmente insoddisfazione da parte del lavoratore (che non riesce a portare a termine i compiti che gli vengono assegnati) e dell’azienda (che non produce nel modo in cui dovrebbe). Stress, litigi, depressione, sono solo alcune delle conseguenze, insieme alla frustrazione.

Non bisogna mai dimenticare che ciascun essere umano ha una dignità e il lavoro è un mezzo di sostentamento per lui e per la propria famiglia. Escludo ovviamente da questa considerazione lavativi e persone prive di professionalità che, attenzione, deve essere in primis intesa come puntualità, regolarità e rispetto del posto di lavoro. Ma per il resto penso ai tanti professionisti che cercano di “rigenerarsi” o “reinventarsi” in un nuovo ambito lavorativo, perché non trovano lavoro nei propri ambienti e li compatisco. Li capisco, per carità, ma se si cerca di variare troppo il proprio orizzonte lavorativo, il rischio di insuccesso è molto alto. A meno che non si decida di rimettersi in discussione al 100% e ricominciare da zero.

Credo che, in questo mondo iperselezionato, ci sia invece spazio per i professionisti “specializzati”, certi delle proprie doti e conoscenze. Di fronte al nuovo mercato, saranno loro a breve i profili più ricercati e con un briciolo di pazienza, potranno certamente trarre un maggiore beneficio, personale ed economico, da collaborazioni più specifiche. Nessuno si inventa nulla e non bisogna mai dimenticare che, dall’altra parte, potremmo sempre trovare qualcuno che ne sa più di noi…

 

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