Il duello, atto e simbolo

Apologia del duello

Perché un’apologia sul duello? Perché non esisteva. Il duello fa paura, evoca scontri esiziali, finali inoppugnabili. Niente scuse: o ci si affronta o si scappa. Eppure la nostra società è più che mai intrisa di conflittualità. Anteponendo l’io (presunto) al noi, ogni formica pensa di essere un elefante. Quindi ogni formica insulta l’elefante. E troverà sempre qualcuno che gli darà ragione, perché non sembrano esserci regole. Il duello ne ha, tante (Il Codice cavalleresco italiano di Jacopo Gelli – 1887 – è composto da oltre 500 articoli). E per questo è riservato ai gentiluomini.

La forma è importante tanto quanto l’esito. Il duello è elegante e crudele al contempo. Atto e simbolo. Evocativo; tutti abbiamo nel cuore scene di film e romanzi indimenticabili che ci hanno forgiato nello spirito. Su tutti, il Barry Lyndon di Kubrick citato in copertina. Ma il duello ha anche un lato tragico e beffardo (Woody Allen che cita Tolstoj nel suo Amore e Guerra).

Cos’è un duello?

Il duello è, simbolicamente, una perfetta rappresentazione della vita, in cui oneri e onori, disfatte e dolori si alternano sino ad un finale imprevedibile. Paradossalmente, il duello aiutava il dialogo e il confronto. E la vita aveva sicuramente più valore. La liturgia di ogni manifestazione sociale, sia religiosa che civile, ne aumenta il valore. A svilirne forma e contenuti è la facilità e la approssimazione. Tutto quello che è facile da raggiungere, dal sesso ai soldi, dal successo alla cultura, perde valore. Ce ne accorgiamo in questi anni, in cui la deriva volgare della nostra società pare sempre più inarrestabile. Quindi è palese che il duello poteva apparire, e lo era invero, cruento e in alcuni frangenti barbaro. Ma non più di uno scambio di insulti su un social network o di una aggressione in istrada. Anzi.

Il libro che abbiamo tradotto per la prima volta in Italia, Apologia del duello, è del 1914. È affiancato da un prezioso contributo di Ivano Comi, scrittore che ha dedicato la sua opera al bello e alla vita elegante.Il progetto è nato da una intuizione di Alex Pietrogiacomi, amico e collaboratore, scrittore ed editor, che ringrazio per averci dato l’opportunità di pubblicare un testo così piccolo ma così prezioso e stimolante.

In anteprima per i lettori di Uomo&Manager, parte dell’introduzione di Didier Dental, presente nell’edizione francese del libro Apologie du Duel

Marcel Boulenger potrebbe essere ben considerato come uno specialista delle cause perse. Dopo la Chasse à Cour e l’Imperfetto del congiuntivo, eccolo che si mette in moto nel 1914 per… la difesa del duello! Inutile dire che la guerra risolverà la questione a cui si stava dedicando. Lui che si era finora distinto innanzitutto come romanziere e novellista (da La Femme Baroque, il suo primo romanzo pubblicato nel 1898) poi si consacrerà principalmente, a partire dagli anni 20, agli studi storici, scrivendo Le Duc de Morny, Mazarin soutien de l’État, Nicolas Fouquet.

Senza dubbio un modo per sottrarsi a quella “accelerazione della storia” che avrebbe caratterizzato l’inizio del ventesimo secolo. Nel 1930, due anni prima della sua morte, lo scrittore, in un adorabile opuscolo pieno di nostalgia intitolato Quand j’avais une épée deplorerà un’ultima volta la sparizione dei duelli e con loro di un’arte, quella di imporre la buona educazione.

Cosa s’intende per “apologia”? Si tratta innanzitutto, e questo lo dice qualsiasi dizionario, della difesa di una causa – qui la bella causa, la nobile causa del duello. Ed ecco che il nostro apologista inizia subito, logicamente,dando la parola ai nemici del duello, ai suoi “detrattori”. Si discute dunque di “rimproveri”, “scherni”, “battute”, “recriminazioni”. Ma il focoso Marcel Boulenger non saprebbe come restare sulla difensiva. Per lui, non c’è alcun dubbio, il grande coraggio risiede “nell’attaccare a fondo.” “È” come lui stesso dice, “di una difficoltà non due, ma venti volte superiore, attaccare con di  fronte una punta che difendersi, fosse anche in modo notevole o “artistico” come direbbero alcuni dilettanti. L’avversario che attacca mostra un coraggio infinitamente superiore del combattente che attende.”

Discostando sé stesso dai “fanatici del duello”, benché sia un risoluto partigiano del suo utilizzo, si propone di dire la “vera verità”. Agli argomenti messi in campo dagli avversari del duello – da una parte la sua sedicente barbarie, ereditata da un altro tempo (il Medioevo, ovviamente) e dall’altra il suo essere solo un apparire –, Boulenger, maestro nell’arte delle arringhe, risponde con una serie di contro-argomenti:

1) Il duello è una scuola di coraggio e bravura (e ha, in effetti, il suo codice che si avvicina a quello più ampio, dell’onore);

2) È una tradizione nazionale, un “costume francese”;

3) “Il duello evita lo scandalo e il rumore (…). È l’ultima fragile ma ancora sovrana barriera contro i calunniatori e i maleducati”;

4) C’è una bellezza nell’arte di duellare e niente è più “magnifico di un bel colpo di spada – un affondo! – ben portato sul terreno…

Ovviamente il nostro apologista avrà concesso nella dissertazione, il carattere “assurdo” di questa istituzione “tanto galante quanto comoda”. Strage logica, quella dell’apologista, che finisce per rivendicare l’assurdità della causa che egli stesso difende. “Il duello è assurdo! E sono pronto a battermi contro chi sosterrà il contrario!”.

Nello stesso ordine d’idee l’ultima parola dell’apologista sarà “pazzo” – occhiolino all’immortale Elogio della Follia di Erasmo, modello di tutti gli elogi per antifrasi.

Follia del duello? Non di certo, ma coscienza che scrivere un elogio del duello nel 1914 è una cosa scorretta e anacronistica. Assistiamo a un capovolgimento logico dal quale non è assente ironia: al chiedersi se i detrattori del duello non siano in fin dei conti i suoi migliori apologisti!

In effetti le loro critiche “allontanano i noiosi” (e l’apologia, cosa sarebbe se non etimologicamente proprio questo, l’allontanare la messa in discussione pubblica?).

Tutto il testo di Boulenger è preso in questa logica duale, la logica stessa del duello. Dalla contaminazione della retorica dell’apologia da parte della tecnica del duello nasce quel che potremmo chiamare una “retorica del duello”. Potremmo allora qualificare un affondo coraggioso ed eseguito con fermezza una “prova inconfutabile” della bravura di un combattente: essa non ammette contraddizione. Attaccare o difendere, sono in definitiva, argomentare pro e contro, dar luogo a un duello verbale. Perché ogni duello presuppone una sorta di sdoppiamento: “I più bei combattimenti”, osserva Boulenger, “opporranno degli schermidori i cui stili si completino e non si contraddicano troppo”.

Toccherà poi allo scrittore, parlare del duello, questo “combattimento singolare”, attraverso un linguaggio unico.

A cura di Alfredo de Giglio

 

Tratto da Uomo&Manager di Maggio 2017

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