Intraprendenza e lungimiranza: l’esempio di Arthur Guinness

Affittare una fabbrica in disuso e trasformarla in un impero: un sogno per i più ma obiettivo reale e concreto da prefissarsi per molti coraggiosi spiriti imprenditoriali, di oggi e di domani. E del passato. Per creare il futuro, infatti, non bisogna mai scordarsi della storia che ha saputo già dimostrare le idee vincenti e celebrare le iniziative di successo. Un esempio di intraprendenza e lungimiranza è nascosto dietro la birra scura più famosa e conosciuta al mondo: la Guinness.

Una storia affascinante

L’azienda irlandese affonda le sue radici in una combinazione tra mito e realtà, sulle orme del suo fondatore, Sir Arthur Guinness, il quale all’età di 34 anni decise di affittare a Dublino il terreno di St James’s Gate: il 31 dicembre del 1759 firmò l’accordo – per 45 sterline all’anno – per un contratto lungo ben 9.000 anni.  Nato nel 1725 a Celbridge (vicino a Dublino, nella contea di Kildare, dove il padre Richard Guinness amministrava delle proprietà terriere), sin da giovane Arthur iniziò a familiarizzare con la bevanda durante gli spostamenti del padre nella tenuta, per la supervisione del processo di produzione della birra. Il suo primo birrificio lo aprì nel 1752 nella vicina Leixlip, grazie all’eredità di 100 sterline donatagli dall’Arcivescovo di Cashel, attività lasciata poi al fratello minore nel 1759 per tentare la fortuna a Dublino. All’epoca l’industria della birra sull’isola attraversava un periodo di crisi per la concorrenza della birra inglese, tassata meno pesantemente di quella irlandese. In più l’Irlanda era allora una realtà molto rurale dove si consumava essenzialmente whiskey, gin e un distillato illegale di patate chiamato poteen. La situazione non scoraggiò però Arthur Guinness che decise di dar vita alla sua impresa in un piccolo birrificio in disuso e mal attrezzato nel terreno di St. James’s Gate, dove oggi sorge lo stabilimento e il museo, la prima attrazione turistica d’Irlanda. Nel 1767 Arthur Guinness era già a capo della Corporazione dei Mastri Birrai di Dublino e pronto a intraprendere una nuova avventura che avrebbe legato per sempre il suo nome alla storia. Intorno al 1770 alla produzione dalla Ale – birra leggera, senza luppolo e dal colore chiaro – venne affiancata quella di un prodotto relativamente nuovo a base d’orzo tostato (da cui proviene il colore scuro). Questa era l’evoluzione di una bevanda già molto famosa all’epoca, l’inglese Porter che prende nome dall’appellativo dei portantini del mercato di Covent Garden e Billingsgate di Londra, dove questa era prodotta.

Il meritato successo

La birra scura di Guinness riscosse subito grande successo e la sua notorietà raggiunse presto anche Londra: a testimoniarlo c’è un giornale inglese illustrato del 1794 che rappresenta un uomo bere una Porter con accanto un barile con su scritto Guinness. Intuite le potenzialità del prodotto, Arthur nel 1799 interruppe la produzione di Ale concentrandosi unicamente sulla Porter. La storia ha poi dimostrato che quella fu una mossa intelligente. E vincente. Per tutta la vita, Arthur continuò a sovrintendere all’attività del suo birrificio, aiutato da tre dei suoi figli: dalla moglie Olivia Withmore, un’ereditiera, ebbe 21 figli, 10 dei quali raggiunsero l’età adulta. Alla sua morte, nel 1803, lasciò un patrimonio personale considerevole di circa £23.000 e un’azienda estremamente florida, che i suoi eredi hanno mandato avanti con lo stesso spirito d’iniziativa del suo fondatore.

Quando il nome dice tutto

All’espansione del birrificio, si aggiunse negli anni una crescita di notorietà della famiglia Guinness, che divenne uno dei pilastri della vita politica e sociale di Dublino (nel 1851, Benjamin Lee Guinness divenne sindaco della città e, in seguito, membro del parlamento irlandese). Una storia di una dinastia dal forte spirito imprenditoriale conclusa nel 1986 quando l’ultimo membro, Lord Iveagh III, decise di lasciare la dirigenza e la proprietà dopo più di due secoli. Da vecchia fabbrica in disuso, l’azienda Guinness era diventata, ormai, una grande multinazionale.

Tratto da Uomo&Manager di Maggio 2016

 

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