Leadership,
una parola equivocata

Leader. Una parola che viene negli ultimi anni usata con sempre maggiore frequenza per descrivere personaggi che sono alla guida di qualcosa, sia essa una azienda, una nazione, una squadra di calcio o di un gruppo che vuole esprimere la propria idea. Ma cosa porta un essere umano ad essere un leader?

L’unico caso in cui questo avviene per diritto di nascita, riguarda le monarchie, in cui il primogenito diviene leader o capo di stato per questioni ereditarie. In questo caso, tuttavia, c’è da interrogarsi sulla… qualifica e sulla effettiva capacità di guidare. Se mettiamo da parte i dittatori, politici e non, nessuno si alza dal letto la mattina con la convinzione di essere diventato un leader. Guidare qualcuno o qualcosa è il compito più duro ed impegnativo che ci possa essere e essere insigniti di questo incarico è certamente prestigioso, ma anche molto scomodo. C’è una predisposizione genetica secondo me, questo voglio dirlo subito, alla leadership. Ci sono professionisti che nascono con qualità innate in tal senso: sono comandanti, organizzatori, affidabili, che pongono la propria attività al di sopra di ogni cosa. Dedicano al loro lavoro una valanga di ore al giorno, spesso anche più di quelle che riservano al sonno notturno. I leader sanno elevarsi rispetto a tutto il resto del mondo, sposando missioni e progetti al 100%.

Le qualità di cui sopra sono certamente fondamentali, ma non bastano; ad esse deve essere sicuramente associata una qualità che alberga solitamente nei grandi personaggi che hanno definito i contorni della storia: l’umiltà. Se andiamo ad analizzare da vicino i percorsi di coloro che hanno provato ad “acquistare” o a “prendersi” la leadership senza averla meritata, raramente troviamo dei vincenti, nessuno di loro è stato amato, pochi rispettati, molti temuti. La domanda è? Bisogna temere un leader? A mio giudizio la risposta è no. Nella mia vita ho comandato e guidato, ma sono stato anche comandato e guidato a mia volta e analizzando ogni situazione nello specifico mi sono reso conto che, in entrambi i casi, i risultati migliori dei vari gruppi di lavoro in cui sono stato coinvolto, li ho ottenuti con “capi” che si mettevano al servizio del progetto, dell’iniziativa e che si assumevano le responsabilità di errori altrui, battendo una pacca sulla spalla e facendo l’occhiolino a chi di questi errori era realmente responsabile. E la stessa cosa ho tentato di fare io quando ho avuto sulle spalle questo tipo di opportunità: rispetto e soddisfazioni è quello che ho ottenuto.

La leadership si guadagna, si ottiene per “volere popolare”: come dovrebbe essere in politica, così dovrebbe essere nell’ambito professionale in cui si esercita il proprio ruolo. La leadership non si può imporre, dovrebbe emergere naturalmente in un personaggio, un professionista, che fa parte di un gruppo di lavoro, a cui tutti gli altri possono far riferimento, o chiedere un consiglio. Un leader è preparato, è diligente, è un impeccabile lavoratore e mette al servizio di un’ideale le proprie doti: non devono essere i collaboratori a mettersi al servizio del leader. La parola leadership, a mio giudizio sindacalissimo, è molto spesso equivocata e privata del suo significato più autentico. Bisognerebbe ritrovarlo e farne tesoro. In poco tempo ci si renderebbe conto che la propria posizione di “forza”, utilizzata a dovere, produce molti più risultati, per sé stessi e per tutti coloro che… contano sul proprio leader.

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