Lo stile al collo: la cravatta!

Navigare attraverso i secoli, sempre con una bussola; quando la storia si tramandava nel mito, quando si inscriveva nella terra col sangue di una battaglia, quando si illanguidiva tra le passioni libertine o si purificava -o almeno si tentava- nei rigidi schemi vittoriani. Fino ad oggi -i nostri giorni- quando un velo di pressapochismo adorna l’occhiello dell’esistenza dei più, della moltitudine. Questa bussola è la cravatta.

C’era una volta….

Come ogni storia che valga il lungo eloquio di un racconto, anche quella della cravatta si perde nella notte dei tempi, datando la sua genesi attorno al III secolo a.C. e divisa tra oriente ed occidente. I due grandi imperi del tempo -quello romano e quello cinese- ebbero per motivi climatici ed igienici una comune peculiarità: un panno di stoffa legato attorno al collo, i cui lembi cadevano lungo il torace perpendicolarmente, ben allineati. Lo testimoniano le statue di terracotta ritrovate negli anni ed i bassorilievi. Così bisogna aspettare un millennio e qualche altro secolo più tardi, con la Guerra dei Trent’Anni (1618-1648) che sconvolse l’Europa. I fondamentalismi religiosi del tempo videro opporsi su due binari gli aristocratici della Boemia protestante avversi alle autorità cattoliche dell’alto Impero. Lo scontro si allargò su tutto il continente, ed il gusto del dettaglio non risparmiò gli accurati esteti del tempo. Furono i croati a diffondere l’ antica moda del fazzoletto annodato che, tra una morte e l’altra, colpì la Francia come un morbo, propagandosi attorno ai più nobili colli d’ Oltrealpe. Infatti, i Francesi, per sostenere gli innumerevoli scontri bellici, ingaggiarono i soldati mercenari balcanici provenienti dalla Croazia, che non mancarono di convertire al loro costume dapprima gli alti generali, che ritennero il fazzoletto assai più comodo di quanto non fosse la gorgiera inamidata. Ma ad ufficializzarne il passaggio all’interno dei più radicati costumi nazionali fu il secolo di Re Luigi XIV. Ora ne andava nobilitato il nome, “cravate” pareva alquanto più à tòn, diventando attorno al 1650 il vocabolo designato. Le ipotesi ad oggi più accreditate vorrebbero far discendere il francesismo da “croate”, e quindi da Croazia. E poco si confaceva un riferimento tanto barbaro al delicato libertinaggio del tempo. Non restava che correggerne il tessuto, il taglio, la decorazione e l’uso. Insomma: una pepita grezza da rimodellare secondo un’estetica nazionalistica. Quindi la foggia di partenza venne trasformata in un largo nodo di mussola o di pizzo, ornato da nastri di seta.

Bella proprio perché inutile

In molti se lo chiedono ancora oggi: a che serve una cravatta? La risposta, anche, perdura immutata da secoli: proprio a nulla. Vessillo d’eleganza, tratto distintivo ed in costante mutamento, alla foggia iniziale seguì la steinkerque, le cui estremità venivano fatte passare in un’asola della giacca, e di riflesso lo stock: una striscia di tessuto che avvolgeva il collo di chi l’indossava culminando con un nodo frontale. Tra i due vi era una sostanziale differenza: il primo era morbido ed elegante; il secondo severo e rigido, un degno collare per i bacchettoni moralisti inglesi del diciottesimo secolo, ma che poco piacque alle istanze siglate dalle generazioni successive. L’Inghilterra vantò i Macheroni e la Francia gli Incroyables, frutti pregiati di un elegante anticonformismo di pura razza e fervente mondanità che scorazzava tra i gusti mal codificati del tempo. Fu necessario l’avvento del più coerente dei paradossi, che fece del Gusto una legge, nella fattispecie il proprio quale paradigma universale. Parliamo di Lord George Bryan Brummell, il primo dei dandy (1778-1840).  La cravatta divenne allora elemento indispensabile -ma non dispensato dai suoi canoni- contrastando l’arido e spento stock. Tra i due stili un divario di idee contrapponeva l’etica del buon vivere all’austerità opaca e reticente del borghese. Fu l’unico caso della storia in cui l’avanguardia prevalse sulla tradizione, anche quando Brummell se ne andò, senza lasciar traccia e chiuso nella miseria economica più profonda, vissuta Oltremanica, lontano dall’Inghilterra. La cravattologia si fece materia e, nel 1818, Stockdale scrisse un primo trattato “Necklothiana or Tietania”. Nel suo Essay, l’ingelese codificò con una precisa metrica ben quattordici tipi di nodi differenti. Tra i più celebri si annoverano: Trone d’Amour Tie, Irish Tie, Ball Room Tie, Horse Collar Tie. Nel 1827, invece, in Francia, il barone L’Empesé approfondì il discorso mantenendo sì i quattordici tipi di cravatta, ma aggiungendovi anche diciotto varianti ed introducendo l’ Ascot -sebbene di marca britannica. Di tutto ciò, però, nulla rassomigliava la cravatta attuale che sorse assieme ai nuovi modi di vita postumi alla Rivoluzione Industriale. Attorno alla metà dell’ottocento ci fu una cravatta lunga, seguita poi da una naturale evoluzione che è quella tutt’ora in vigore. Da assoluto monocromatico tendente bianco o nero, seguì una svariata policromia, successivamente adornata da miriadi di motivi.

L’abbinamento

Ciò che in maniera determinante contrassegna ogni cravatta, sono i motivi; più ancora dei tessuti usati, più ancora della sua anatomia, del peso e della lunghezza, sfumature che emergono solo all’occhio esperto. Il diktat dei primi decenni del secolo scorso uniformava l’utilizzo di cravatte, papillon ed ascot alla più totale sobrietà: il bianco o il nero. Solo alla metà del secolo, sulla spinta dei movimenti femministi, operai, e delle avanguardie dell’arte come la Pop-Art affiorarono -sia sul mercato che ai colli di sempre più persone- i primi tenui colori, con cui si scardinava una tradizione ormai centenaria. Gli annali della moda riportano alla luce le collezioni di modelli ispirati alle tonalità neutre della natura: i colori della pietra, della terra e dei prati, che non presentavano troppe difficoltà d’ abbinamento. Due i rischi nei quali pare ovvio incappare: il tono su tono, che uccide lo spirito egocentrico e sensibile del capo in favore di un netto prevalere della camicia; oppure la scelta di una cravatta che, indotta al rischio di un esito circense dell’abbinamento, soccombe addirittura sotto la camicia stessa. Per questo tornano buone le teorie sul colore che si studiavano al primo anno di liceo in storia dell’arte: tonalità diverse ma compatibili, che offrano un effetto di complementarietà e che facilitino la convivenza attraverso richiami nei motivi e nelle decorazioni che caratterizzano la stessa cravatta. Quindi la regola generale, propugnata da tutti i manuali moderni sull’uso (e consumo) della cravatta: “accostare un colore primario ad uno secondario, in cui il primo è sempre presente”. Il sistema di coordinamento più semplice -anche a logica- consta della scelta di una camicia in tinta unita, su cui annodare una cravatta con colore primario predominante e secondario in richiamo alla camicia stessa.

I motivi

I motivi sono la personalità più esteriore della cravatta, come anche una nota diversificante se stampati sulla camicia; a ciò, è possibile abbinare cravatta e camicia su cui siano presenti, in ambo i casi, dei motivi? La risposta è sì. I motivi però è bene che siano diversi, per non correre il rischio di un loro annullamento, inoltre non devono nemmeno stridere. I pois di una cravatta possono essere accostati ad una camicia a righe, ricreando uno schema dimensionale che renda possibile inscrivere gli uni all’interno delle altre. Il concetto di simmetria deve prevalere, per poi consentire di ragionare sul colore. Quindi, ciò vieta l’opposizione violenta delle righe. Va valutata anche l’iconografia dei motivi, che devono rispettare un determinato ambiente; dall’ufficio in città alla battuta di caccia in campagna, variano anche le righe Regimentale inglesi da raffigurazioni di cavalli ed anatre che per nulla si confanno ad un’idea di metropoli, che necessiteranno reciprocamente di una giacca in lana trattata di un abito classico o di un più sportivo (ed evocativo Gentry Class) tweed scozzese. Un ritorno di fiamma è stato poi riscontrato nei motivi floreali, dopo la debacle degli hippies, con una scelta stilizzata e di piccole dimensioni, per evidenziare ruca, ricercatezza, eleganza ma non perdita di virilità in colui che li porta. Più diffusi, invece, sono i motivi geometrici, le “forme”, che venivano tessuti con il sistema all-over. La forma prediletta, e che meglio si armonizza con la cravatta stessa è la losanga, seguita da scacchiere che ritroviamo nei vecchi cataloghi degli anni ‘60. Grande raffinatezza commista ad un tocco di orientale lontananza e misticismo viene conferita dalle decorazioni dette “cachemire”, che richiamano scialli e tessuti tipici dell’omonima regione asiatica, che fioccavano abbondanti nel periodo coloniale ottocentesco dell’ Inghilterra, quando i mercati con l’ oriente erano vivi e l’esotismo rappresentava la gran moda derivata dalla letteratura tardo decadente -e proseguita verso il Surrealismo con Viktor Segalan- e dall’arte, con le rappresentazioni degli impressionisti francesi. Ora, il mondo, fa manifesto della secolare tradizione degli all-over, ossia quelle decorazioni stampate su tutta la pezza serica e non solo sulla sagoma che sarà tagliata. In termini pratici la sua diffusione era dovuta proprio alla disposizione stessa delle raffigurazioni presenti, che si stagliavano su metri di tessuto interamente uguale, e da cui gli artigiani potevano ricavare un maggior numero di cravatte riducendo conseguentemente gli sprechi. Poi il valore atavico della parola francese “seme”, disseminato. Era indice di fertilità in epoca medievale, di prestigio anche regale che ritorna negli stemmi delle famiglie ancor prima di imprimersi come un marchio di mercato sulla cravatta. Il discorso può protrarsi all’infinito, partire dalla progettazione e proseguire nella scelta dei tessuti; continuare nelle politiche aziendali fino all’allacciatura ed all’abbinamento sui colli delle camicie. Inesauribile il parere sui colori e sugli abbinamenti.

Ma questa è più che semplice storia, è un categoria filosofica degna di Kant, con potenzialità mai pienamente espresse, ne mai pienamente conosciute. L’evoluzione della cravatta è inarrestabile, segue quella dell’uomo, segue la politica, la moda e l’economia. La cravatta è una risorgenza ancestrale, una presenza quasi ‘vampirica’ che con un nodo addenta il collo dei suoi eletti; e lì resta. E contagia. La cravatta come obbligo? La cravatta come passione? La cravatta come istanza snob oppure espressione anacronistica? La cravatta però resta, a partire dalla storia dell’uomo civilizzato e con un suo nome. La cravatta esala ad ogni respiro e, come disse Oscar Wilde in uno dei suoi celebri aforismi “rappresenta il primo passo serio nella vita”.

A cura della Redazione di Stilemaschile con la collaborazione di Cristiano Gamba

 

Tratto da Uomo&Manager di ottobre 2016

 

1 commento

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  1. […] in qualche soffitta. Parliamo degli orologi da taschino, con le loro luccicanti catenelle, delle cravatte sartoriali, dei cappelli, dei guanti di pelle, delle pochette e delle calze ricercate, con motivi geometrici o […]

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