Minibond: sono circa 8.000 le aziende italiane a poterne emettere

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Sulla base dell’edizione 2014 dello studio realizzato da CRIF Rating Agency, sono almeno 7.892 le società di capitali in Italia con i requisiti che potrebbero potenzialmente consentire loro di accedere al mercato dei minibond e, più in generale, delle obbligazioni, con la possibilità di raccogliere risorse integrative o complementari al credito bancario per sostenere i propri progetti di sviluppo.

Nello specifico, si  tratta di società di capitali con un fatturato di almeno 10 milioni di Euro, EBITDA sempre positivo negli ultimi 3 anni e pari ad almeno il 7% del fatturato nell’ultimo esercizio, una leva finanziaria (intesa come rapporto tra debiti finanziari e patrimonio netto) non superiore a 3 e un rapporto tra posizione finanziaria netta e EBITDA non superiore a 4. Del resto queste sono le caratteristiche che tipicamente vengono identificate come necessarie, anche se non sufficienti (in quanto poi sarà necessario andare ad analizzare caso per caso le imprese, per valutarne ad esempio i piani industriali e i progetti di sviluppo o di investimenti), per poter accedere al mercato obbligazionario.

Questo è stato l’anno in cui si è registrata un’accelerazione nella diffusione dei minibond grazie in particolare all’avvio dell’operatività dei primi fondi specializzati in emissioni di importo unitario medio-piccolo, tanto che le emissioni al di sotto dei 30 milioni di Euro sono state fino ad oggi 58 (comprese anche alcune cambiali finanziarie di piccolo importo), per un controvalore complessivo pari a circa 480 milioni di Euro.

”L’analisi che abbiamo realizzato non ha la pretesa di essere esaustiva ma solo di fornire una stima del potenziale di mercato dei mini-bond – commenta Francesco Grande, Direttore Marketing & Business Development di CRIF Rating Agency -. Una nuova asset class, questa, che si va configurando sempre più come sostitutiva, o comunque alternativa, al credito bancario industriale a medio termine, quindi adatta ad imprese che intendono finanziare progetti di sviluppo aziendale capaci di generare flussi di cassa aggiuntivi”.

I macro settori più rappresentati sono quello dei servizi (con 1.541 imprese selezionate), e in particolare il comparto degli studi professionali/di consulenza (con 550 imprese) e quello dell’attività di trasporto e magazzinaggio (384 imprese), unitamente alla meccanica (con 1.215 imprese) e all’industria chimica farmaceutica (con 1.004 imprese). Seguono i settori costruzioni (659), gli altri settori del manifatturiero (619) e quello metallurgico (601).

Le regioni maggiormente rappresentate siano Lombardia (con 2.673 aziende ad elevata potenzialità), il Veneto (con 1.042 imprese) e l’Emilia-Romagna (con 885).

Il Piemonte, invece, è la regione con l’incidenza più elevata di imprese potenzialmente in target per l’emissione di mini-bond, con una quota pari al 30,8% del totale delle imprese con fatturato superiore a 10 milioni di Euro presenti sul territorio. Seguono il Veneto con il 29,5%, la Lombardia con il 28,8% e il Friuli Venezia Giulia e la Liguria, entrambe con il 28,1%.

Circa l’80% delle imprese che secondo i requisiti considerati avrebbero le carte in regola per poter accedere al mercato obbligazionario ha un fatturato inferiore a 50 milioni di Euro ed è dunque perfettamente in linea con la definizione di PMI secondo i parametri indicati dalla Commissione Europea (che comunque tengono conto anche di altri aspetti come il numero dipendenti ed il volume dell’attivo). Solo il 10% del totale, invece, presenta un fatturato superiore ai 100 milioni di Euro. Inoltre, il 78% delle società si caratterizza per un trend di fatturato in crescita o comunque stabile negli ultimi 2 anni.

”Lo studio che abbiamo prodotto ha focalizzato l’attenzione su un target di imprese sane e dinamiche, che malgrado un contesto economico non favorevole continuano a investire e a voler crescere. Crescita che, per altro, potrebbe innescare effetti positivi e a catena su tante altre imprese della filiera e/o del settore di riferimento – dice Grande -. I progetti di crescita e la propensione all’investimento delle imprese, però, da soli non bastano a far sviluppare questo nuovo importante segmento di mercato se non adeguatamente accompagnati da un profondo mutamento culturale delle imprese stesse e degli investitori. Quanto alle imprese, è necessario che si convincano che, per continuare a svilupparsi con profitto in una visione di medio-lungo termine, è opportuno incominciare a pensare come ridurre la loro dipendenza finanziaria da un unico interlocutore, il sistema bancario, e a investire in governance e comunicazione finanziaria. Relativamente agli investitori, ad iniziare da quelli istituzionali quali ad esempio i fondi pensione e le compagnie assicurative, dovranno adeguatamente strutturarsi per perseguire sempre più una maggiore diversificazione del portafoglio e, conseguentemente, una più attenta gestione del rischio”.

 

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