World Business Forum 2014: la provocazione serve?

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WOBI, azienda multimedia leader in executive education, e Manageritalia, Federazione nazionale dirigenti, quadri e professional del terziario privato, hanno chiamato a rispondere un campione di circa 30.000 manager di aziende italiane in occasione dell’edizione 2014 del World Business Forum, in programma a Milano oggi e domani, su come la pensino sulla provocazione come opportunità per il cambiamento e la crescita.

Secondo i manager italiani la provocazione serve (97%) e, nella sua forma più efficace, consiste in un approccio combinato che miri, da un lato, a cambiare lo status quo interno, dall’altro a stupire e sfidare il mercato con nuove logiche e prodotti innovativi. Tuttavia, in uno scenario che resta delicato, il 77% dichiara di seguire un approccio che combini il rischio con una componente di sicurezza.

Mettere un pizzico di creatività anche nelle decisioni solitamente prese su base razionale (33%), non temere gli errori e accettarli come parte integrante del processo di crescita (33%), capacità di mettersi nei panni dei propri interlocutori (19%), clienti fornitori stakeholder, partendo quindi dai bisogni per rendere davvero efficace il proprio approccio, sono invece le cosiddette soft skill che la business community riconosce a un provocatore di successo.

“Il tema dell’edizione 2014 del World Business Forum è ‘Provocatori’, concept che accomuna i leader che si alterneranno sul palco, e che ha riscosso forte apprezzamento tra i manager partecipanti”, ha dichiarato Diego Gil, Managing Director Europe WOBI, l’azienda multinazionale che idea e organizza il World Business Forum. “I risultati dell’indagine ci mostrano quanto sia profonda la consapevolezza generalizzata della necessità di cambiare, dettata dal perdurare della delicatezza del contesto macro-economico. Siamo convinti di poter offrire, attraverso le storie condivise dai nostri relatori, elementi che offrano alle aziende italiane spunti concreti per osare di più e competere nel contesto globale”.

I manager intervistati ritengono, nel 55% dei casi, di avere uno stile e un’attitudine ibrida, di essere cioè alla continua ricerca di un equilibrio tra tradizione e provocazione, ma, dall’indagine emerge chiaramente che la maggior parte di essi è convinto di non aver osato, o potuto osare, almeno in qualche occasione della propria carriera (79%). Per il 43% degli intervistati servirebbe avere più di un provocatore in azienda, mentre il 55% ritiene che basti averne uno solo (o comunque pochi). Il provocatore può essere riconosciuto da tutti i livelli professionali (56%) , e solo l’11% ritiene che debba essere, per le piccole aziende, l’imprenditore o il proprietario o, per le aziende più strutturate, il manager (33%). Tutti riconoscono nel carisma personale le caratteristiche per una leadership provocatoria (70%).

Ma chi sono i provocatori per eccellenza? Sono più le donne (27%) che gli uomini (21%) e i giovani in generale (43%) rispetto alle risorse con più esperienza (24%) ad essere considerati provocatori perché capaci di approccio creativo e realistico allo stesso tempo.Chiamati a esprimersi su esempi concreti, i manager italiani eleggono Sergio Marchionne (50%) quale leader provocatore nel nostro contesto attuale, seguito da Oscar Farinetti (25%) e Antonio Conte (8%).

Quando si parla dei comparti in cui la provocazione è di casa, per le aziende italiane vince la moda, comparto per eccellenza del Made in Italy (30%), mentre in campo internazionale domina il settore innovazione e tecnologia (33%); il food infine, dove la componente di tradizione è un valore assoluto, incarna il concetto di “provocatore” solo per il 14%.

Infine, un pensiero provocatorio anche per i governanti.  Per la stragrande maggioranza (90%) le istituzioni in Italia sostengono le aziende orientate al cambiamento meno che in altri paesi. Le richieste che ricorrono: il 44% auspica uno snellimento della burocrazia, il 23% più rispetto delle regole e certezza del diritto, il 19% una politica fiscale più favorevole alle imprese e il 14% una maggiore flessibilità del mercato del lavoro.

 

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