E se pensassimo al turismo come un prodotto finanziario?

L’industria del turismo corre forte a livello globale, costituisce una risorsa strategica per il Paese, è un asset importante dell’economia italiana e – come sottolineato anche dall’ultimo report “Preferences of Europeans Towards Tourism” di Commissione europea – l’economia di settore è cresciuta del 3,6% nel 2016.

Per quanto riguarda l’Italia, dopo l’approvazione definitiva da parte del Consiglio dei Ministri del Piano Strategico del Turismo 2017-2022 (PST) che ha coinvolto tutti gli attori pubblici e privati del settore, l’economia del turismo e il suo indotto contribuiscono oggi a generare più del 10% del PIL nazionale, garantendo un fatturato annuo pari a 172,8 Mld/EUR e un livello di occupazione che supera i 2 milioni e 700.000 addetti.

L’economia del turismo è una cosa seria

Ma come si possono aumentare i fatturati turistici delle imprese di settore, migliorare la reputazione degli operatori coinvolti in tutta la filiera e consolidare la notorietà del brand di città d’arte o di località specializzate in turismo culturale, sportivo o enogastrofood? Come gestire un’industria così performante utilizzando modelli organizzativi capaci di emozionare clienti sempre più esigenti?  L’economia del turismo è una cosa seria, ma non basta. Proviamo allora a fare un’operazione di finanza solida e di lungo periodo, miscelando tutti gli ingredienti che contraddistinguono la qualità e la bellezza dei territori italiani per costruire un prodotto finanziario.  Un’eresia per gli operatori del XX secolo, un prodotto finanziario ad alto valore aggiunto per gli addetti ai lavori come avviene per energia e noleggio nel settore automotive o per l’utilizzo di servizi informatici Cloud. Partiamo da un dato semplice e concreto: viviamo nell’epoca della Data Economy in cui acquisire informazioni a partire da una grande mole di dati è semplice e può consentire di individuare, con un’adeguata analisi, le tendenze su cui costruire l’offerta perfetta per generare fatturati per imprese e territori; e di conseguenza benessere e relax per ospiti e turisti che scelgono una qualità totale per le proprie vacanze o per i classici viaggi di lavoro. È il Turismo 4.0, baby! E proprio per questo, è necessario dotarsi di un serio piano industriale che includa anche la digitalizzazione del nostro patrimonio culturale per intercettare una domanda di consumi legati alla storia, all’arte e alla cultura in costante crescita.

Esempi pratici

Per capire come rendere dirompente l’effetto di questa nuova “forma di investimento”, è sufficiente guardare al modello Airbnb che grazie all’effetto sharing mette in contatto persone in cerca di un alloggio con privati che dispongono di uno spazio da affittare. Da un monolocale nella città più fredda al mondo sino ad una barca sul Tamigi, per arrivare a castelli scozzesi, isole private nel Belize o igloo. Il tutto coinvolgendo la community in esperienze locali uniche che parlano al cuore dei viaggiatori (marketing manager docet!) grazie all’impegno di persone che vivono nella destinazione prescelta.

Morale. Un successo già a pochi mesi dal lancio che fa girare l’economia, valorizza le imprese locali e capitalizza la qualità del brand di territori senza budget dedicati alla possibilità di farsi conoscere. Che voi siate cuochi, insegnati di pilates, ricamatrici di pizzo sangallo oppure speleologi urbani, rassegnatevi all’idea di essere parte di quel prodotto finanziario chiamato Travel Sharing Economy.

Il futuro del turismo che possiamo immaginare ha il solo limite della fantasia perché già oggi è possibile pensare di integrare in queste “esperienze finanziarie”, dispositivi indossabili capaci di dialogare con un server che raccoglie le nostre emozioni, oppure con stampanti 3D in grado di realizzare la torta che abbiamo appena imparato a fare.

E allora proviamo a diventare “artificialmente intelligenti”, proviamo a ridisegnare i paradigmi del turismo come nuovo prodotto finanziario, partendo dall’idea che possa generare utili per tutti coloro che lo scelgono come investimento. Un prodotto incredibilmente personalizzato, grazie alla capacità di raccogliere e di analizzare Big Data provenienti da database pubblici e privati in materia di trasporti e di accoglienza, da email, da immagini dotate di realtà aumentata e da informazioni incrociate tra coordinate GPS e social network.

Tutto bene, tutto Futuro 4.0, ma questa capacità predittiva per creare ricchezza, deve essere condivisa con tutti in modo aperto. E questo Airbnb lo sta già facendo, trasformandosi dal più grande affittacamere al mondo senza costi fissi in una FinTech, cioè in una startup innovativa e innovante grazie alla tecnologia più avanzata ad oggi conosciuta: l’uomo. In linguaggio bancario? Una Private Equity Company che attira capitali per crescere in modo virale.

In questa ottica, il Turismo 4.0 è un vero e proprio prodotto finanziario. L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa e anche il Piano Industria 4.0 ha l’obiettivo di tutelare e di valorizzare il nostro “patrimonio industriale e il know-how produttivo come fonte di ricchezza e di occupazione”. Il turismo di qualità e la tecnologia digitale sono interconnessi e interdipendenti in un ambiente che cambia, un capitale che oggi ha come primi azionisti il territorio e i suoi cittadini. La sfida è realizzare un piano di marketing e di comunicazione territoriale che coinvolga realtà pubbliche e private in grado di valorizzare l’offerta turistica dal punto di vista commerciale, esattamente come fosse un prodotto d’impresa che generi valore aggiunto, stimoli la competitività e aumenti il fatturato legato allo sviluppo del Brand Italia nel mondo. Siamo di fronte a sfide da affrontare con il così detto “shift of power”, una visione condivisa e una policy innovativa, un cambiamento radicale che consenta un nuovo posizionamento del nostro Paese, puntando con decisione alla promozione di un’offerta turistica sostenibile, responsabile e di qualità e sulla straordinaria ricchezza del nostro patrimonio culturale e naturale, in armonia con la Strategia Europa 2020 e la Trattato di Lisbona.

 

A cura di Domenico A. Modaffari ed Enrico Molinari

 

Tratto da Uomo&Manager di Ottobre 2017

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